Instagram Stories: una, nessuna, centomila. In 24 ore

Instagram Stories: una, nessuna, centomila. In 24 ore
Novembre 10, 2017 cast4

Da circa un anno, quando apriamo Instagram, ce le troviamo in alto, una di seguito all’altra, pulsanti. Sono le Stories, una realtà mutuata da Snapchat e oggi replicata anche su Facebook e Whatsapp. L’origine nella scelta del nome è presto detta: cliccando sulla rotella fucsia, abbiamo accesso a contenuti audiovisivi che immortalano, in video e per immagini, le vite degli altri. Per sole 24 ore, il vero scacco dell’operazione. Un limite che però non scoraggia gli utenti, che sono 300 milioni attivi ogni giorno. Snapchat si ferma a 170. 

A Cast4 raccontiamo storie, a nostra volta. Storie che restano. La nostra ricerca detta il passo alla durata: lavorare per costruire il percorso di identità di un’azienda significa dare un’impronta temporale elastica, che crei continuità sulla lunga durata. È chiaro che, a una prima impressione, questa convinzione strida  con il principio di rapido consumo dei contenuti offerti da Instagram.

Eppure sappiamo bene che per quanto le storie siano nate per essere tramandate – vi risparmiamo l’ovvio sbrodolone che parte da Omero – oggi siamo testimoni di un livello di complessità maggiore.

Qualcosa che valga la pena osservare.

 

Più contenuti, più immediatezza nella fruizione. Uno, nessuno, centomila dati da introiettarsi dentro e via, a seguire, con qualcosa di nuovo appena imparato e voglia, per chi ce l’ha, di avere accesso ad altre informazioni.

Ed è interessante riprendere quanto affermato da Silvia di Gennaro su Ninja Marketing: pensate per esempio a qualcosa nel vostro passato che è durato pochi secondi e di cui non avete nessun oggetto a testimoniare il momento, ma che voi in ogni caso ricordate.

 

 

Funziona così: la storia di Instagram è un output che funziona perché amplifica il concetto di ricordo, oltre a quello di narrazione in sé. La memoria di un racconto, che viene condivisa da chi la crea alla sua cerchia di followers. Mordi e fuggi? Più che altro, pensa e condividi. E spalmarlo in 24 ore di possibilità ricettiva.

Peraltro Instagram non manca di lavorarci per implementare il suo servizio con nuove features.  Da  pochi mesi, per esempio, sono stati inserito i “sondaggi”, ovvero la possibilità all’utente di scegliere tra due risposte cliccando sull’immagine della storia.

 

Ed era facilmente prevedibile intuire che i brand si sarebbero interessati al meccanismo: l’immediatezza e l’efficacia di questo strumento di storytelling consentono un’interazione divertente, insolita e creativa con l’utente, che è chiamato – appunto – a rispondere a sondaggi ma anche a inserire sticker, rispondere a quiz, sketchare le immagini.

Il tempo che spendiamo su Instagram è, in media, di 32 minuti circa al giorno per gli utenti under 25, e 24 minuti dai 26 anni in su. Riflettere su questo dato, e considerare come brand del calibro di Mercedes e Starbucks abbiano sfruttato le stories nelle loro strategie di comunicazione, è importante per comprendere la tendenza.

Il limite giornaliero, che può sembrare un deterrente alla fruizione consolidata di storie nel tempo, rappresenta in realtà il punto di forza determinante: una continuità circoscritta che in poche ore sogna, cristallizza e condivide l’intensità di un momento. È, senza dubbio, una forma di racconto che farà ancora parlare di sé.

Chi fa un mestiere come il nostro non deve accontentarsi di sostenere che: una vera storia dura per sempre (leggi: fissata in un output facilmente accessibile), ma accogliere anche novità come questa.

Capire che, al di là dei dati, esistono approcci al racconto più elastici, basati sulla percezione – individuale o collettiva – di quello che una storia può significare per ciascuno, di quanto tempo possa sopravvivere nei ricordi, di quali emozioni possa generare. E la risposta, ne siamo sicuri, non sarà mai la stessa.