Il mestiere del narratore: osservare oltre, fotografare dentro un’emozione

Il mestiere del narratore: osservare oltre, fotografare dentro un’emozione
Ottobre 25, 2017 cast4

Le vite e gli incontri di persone sono alla base del reportage di Cast4 sulla coltivazione del pomodoro. Ritratti pieni di umanità e valori.

La natura è qualcosa che non possiamo comandare. Sembra così strano nell’era in cui con un click puoi “spegnere” qualcuno che parla oppure ordinare la spesa dal divano di casa. Nessuno ha voglia di dipendere dall’incontrollabile, imprevedibile natura. La consideriamo spesso di intoppo alle nostre agende. Per questo ci sorprende che esistano persone che hanno fatto la scelta opposta: quella di mettersi all’ascolto della terra e di prendere coraggio a due mani  – sporcandosele – per lavorarla.

Per arricchire il piano di comunicazione di un’azienda di trasformazione del pomodoro decidiamo di recarci dai suoi conferenti, coloro che forniscono il prodotto fresco. Ci chiediamo come far emergere il valore di questo legame, renderlo tangibile per chi compra una bottiglia di passata. La risposta va come sempre ricercata nel mestiere del narratore: immedesimarsi nelle storie, vivere passioni, ritmi, problemi quotidiani e raccontare…

Noi la chiamiamo “immersione”. Sappiamo che se ci ritroveremo coinvolti, emotivamente e umanamente,  nasceranno ottimi argomenti per il progetto.

Ecco perché entriamo in contatto con le vite di chi ha a che fare in un modo o nell’altro con questo frutto, attraverso legami che spesso hanno più dell’emotivo che del professionale.

Questo non ci distoglie dal nostro obiettivo, semmai lo arricchisce.

Armati di cineprese, macchine fotografiche, droni volanti, ci ritroviamo più a nostro agio con le emozioni degli incontri. Quello che succede sui campi ci interessa tanto quanto quello che accade nella testa dei protagonisti in cui ci imbattiamo.

La variabilità della natura la scopriamo fin dal primo giorno: sveglia all’alba e, una volta arrivati sul campo, l’umidità è così elevata che la nebbia copre anche i trattori più vicini. Cosa fare in questo caso? Si aspetta.

Ci guardiamo in faccia con una smorfia di ironia nei confronti della vera protagonista del nostro lavoro, una padrona di casa che decide i nostri tempi e modi.

L’attesa non è perdita di tempo, non è assenza di qualcosa. L’istinto del narratore ti porta a sfruttare ogni minuto per capire come funziona la realtà quotidiana di chi prende parte al tuo progetto. Andrea, proprietario dell’azienda agricola, aspetta anche lui chiacchierando. Il suo mondo non è fatto di solo pomodoro, ma anche di soia, barbabietole e altre colture. Crede così tanto nel suo progetto che sperimenta, studia, intuisce e ascolta la sua terra. Comacchio sorge nel bel mezzo del Delta del Po.

Perché mai allora Andrea lascia crescere in una piccola porzione del suo appezzamento delle piantine di pomodoro in totale autonomia senza acqua, né diserbanti? Lo guardiamo perplessi, lui intuisce la domanda: come fa un frutto a nascere da una pianta abbandonata a se stessa? La risposta arriva dal sapore di quei pomodori, indescrivibile. Tanto dolci e succosi che ci facciamo colazione.

Mentre guida il trattore, occhiali da sole e scarpe sporche di terra, ci racconta degli accordi commerciali internazionali che daranno il via libera alle importazioni di cereali dall’estero, un pericolo per l’integrità del prodotto e per il sistema economico locale. La sua conoscenza e connessione con l’attualità ci stupiscono, così come il suo desiderio di trasmettere la passione alla nipote sedicenne, Giorgia, che da grande vuole occuparsi dell’azienda. C’è ancora spazio per guardare al futuro. 

Qualche centinaio di metri di distanza e veniamo accolti da un’altra grande famiglia a dir poco speciale. Papà Andrea è circondato da uno stuolo di donne: due figlie, quattro nipoti e una bisnipote. Ci sembra sereno in quel mondo al femminile e ci racconta di altri imprenditori con numerosi figli maschi che però non sanno lavorare quanto le sue “bambine”.

Barbara è la primogenita. Ha gli occhi azzurri, quelli di una donna felice che non perde mai le energie. Figlia, madre, nonna e imprenditrice. Si muove nei campi come fossero casa sua. Già da bambina accompagnava i genitori sul trattore, appartiene a queste terre fin dalla nascita. L’hanno presa a se’ in maniera estremamente naturale, guidandola senza che lei si ponesse troppe domande. Il suo percorso nell’azienda di famiglia appare totalmente spontaneo.

L’attesa. Ancora una volta, la ricerca di un riparo dal sole, in attesa di riprendere i campi, ci offre tempo utile al nostro reportage. Sotto l’ombra complice offerta dal trattore, Dania si riposa con noi. Il caldo, il lavoro e la terra non hanno intaccato la sua bellezza, anche se percepiamo la fatica di queste caldissime giornate di raccolta. Per essere guardata alla pari in un mondo tipicamente maschile come quello agricolo, non puoi tirarti indietro di fronte a nulla. Ci confessa che quando va con la figlia a Bologna a fare shopping si sente oppressa. Gli edifici, il caos, le persone non le piacciono. Nell’ampiezza di queste interminabili vallate riconosce il suo posto: tra i pomodori.

Ecco lentamente svelarsi confidenze e riflessioni, la rara bellezza di osservarsi, parlarsi senza maschere creando un rapporto che in breve diventa interesse reciproco, comprensione, empatia, nuovo legame.

Torniamo a Milano con il tramonto, ci chiediamo se orologi e calendari servano davvero tra quelle valli, dove sono il sole e le stagioni a dettare il ritmo. Riflettiamo come sia più facile perdersi (in tutti i sensi) in una grande città, frenetica e caotica, colma di riferimenti temporali e spaziali. Ma questo lo indagheremo nel prossimo reportage.