Exit West: un’uscita di servizio

Exit West: un’uscita di servizio
Dicembre 4, 2017 cast4

Avete mai riflettuto sull’accostamento delle due parole: brand e journalism? Se sentite un orrendo brivido lungo la schiena, continuate a leggere. E fatelo anche se lo trovate un binomio vincente!

Se ci pensate, il giornalismo come lo storytelling (non nella sua mera traduzione “raccontare storie”, ma nel senso di “rappresentare un universo attraverso la costruzione di una storia”), partono dalla stessa base: la verità. Perché la narrazione, con buona pace di chi crede che raccontare sia libertà di inventarsi qualsiasi cosa, deve avere come punto di partenza elementi reali. Soprattutto se ha l’obiettivo di valorizzare la brand awarness e la reputazione di un marchio.

Creare una narrazione, oltre al pensiero, prevede una buona abilità “nel furto”.

Ma no…che avete capito? È quello che oggi abbiamo elegantemente soprannominato contaminazione: ci facciamo solleticare fantasia e creatività da film, libri, serie televisive, saggi, mostre, spettacoli… forme d’arte che ci permettono di stare al passo con i tempi, ampliare visioni, punti di vista.

In Cast4 la contaminazione si pratica con il meccanismo della staffetta. Prendiamo, per esempio, i libri: c’è quello che ne sente parlare, quello che lo compra, lo legge e lo presta all’altro, che a sua volta lo rigira al collega, e così via… Capita che scappino pure gli spoiler, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine e abbiamo smesso di litigare quando qualcuno parla più del dovuto.

L’ultima vittima di questi passaggi clandestini è Exit West, di Mohsin Hamid. Un romanzo che colpisce soprattutto per la modalità con cui la storia è costruita.

Durante la lettura delle prime pagine uno si chiede «ma che razza di traduttore ha curato questo libro?». I periodi sono infiniti, tanto che se li leggessi ad alta voce il fiato non basterebbe. La punteggiatura è rara, a tratti assente. Proprio come se le parole fossero flussi di coscienza dei personaggi. Altro che Le pagine della nostra vita. Infastidisce? Solo per poco. Perché quando entri nel vivo, percepisci una fortissima connessione fra i contenuti della storia, le modalità di narrazione e lo stile della scrittura.

Mohsin Hamid racconta un amore che va oltre il tempo e lo spazio… Che detta così, pare la quarta di copertina di un romanzo di Nicholas Sparks. Se non fosse che è proprio la verità.

In un paese il cui nome non viene mai esplicitato, le donne usano il velo e la tunica, gli uomini lunghe barbe. E c’è la guerra. Ci sono delle porte, dei veri e propri varchi nello spazio, attraverso cui scappare. Un po’ come in Le Cronache di Narnia, o Alice nel paese delle meraviglie. Qui, però, non ci sono armadi né porticine a matrioska. Questi passaggi si aprono in continuazione, un giorno è la porta di bagno pubblico, quello dopo l’entrata di un ripostiglio.  Solo che non sai mai dove potrebbero portarti. E non te lo chiedi, perché sei troppo impegnato a sperare che lì i combattenti non siano ancora arrivati.

I due protagonisti, Saeed e Nadia, sono giovani e un po’ ribelli. Si allontanano dalla massa tradizionalista e bigotta, pur sempre rimanendo rispettosi verso il loro paese, e il loro popolo. Fumano canne, fantasticano su viaggi e paesi lontani, navigano su internet. Fino a quando le finestre si frantumano, le case cadono sotto la forza delle bombe, il coprifuoco impedisce di vedersi. Così decidono che la affronteranno insieme questa guerra.

Mentre le avventure dei due amanti si intensificano tra le pagine, leggiamo frammenti di altre vite, che appaiono tra un capitolo e l’altro. Storie di chi sta vivendo una battaglia: quella interiore, o con la propria famiglia, o ancora con la società. Non ci sono armi, né miliziani. Ma c’è, comunque, qualcosa da cui scappare. E le porte, ancora una volta, sembrano essere la soluzione.

Fotografare l’attualità non è facile, soprattutto se decidi di intersecarla a una storia che ha così tanto di surreale (magari esistessero davvero quelle porte…). Eppure, leggendo, quello che ti domandi non è «come cavolo puoi entrare in una porta e finire alle Maldive?». Si vive la narrazione col fiato sospeso, chiedendosi se, nello stesso momento, poco lontano, c’è chi sta affrontando una di queste guerre, sperando immensamente che quelle porte esistano davvero.

Le porte di Exit West sono un’uscita di servizio dalla realtà estrema che il narratore ci racconta. Ci fanno viaggiare coi personaggi: in altri mondi, in altre storie, in altre vite. Alla fine è il compito della narrazione: dischiudere nuove strade, stimolare la fantasia, per poi ricondurci alla realtà dei fatti. Con qualche trucchetto.